Il parco

Il parco urbano di San Romolo e Monte Bignone è ormai una realtà consolidata. A pochi minuti dalla costa e dal mare, 700 ettari di territorio integro, culminanti nei 1299 m. del monte caro a tutti i Sanremesi. Pochi insediamenti sparsi, ma dotati di servizi ad uso del turista, sono collocati entro quest’ampia area verde che si vuole raccontare al pubblico. Ed il pubblico viene agevolato nelle sue escursioni da pannelli didattici ed aree di sosta, da itinerari prefissati, dalle informazioni degli abitanti locali così attaccati al proprio territorio.
Il paesaggio naturale varia continuamente e propone sovente scenari e panorami straordinari, di una  bellezza struggente. Alba e tramonto, pieno sole o cielo velato da una leggera foschia sospinta dalla brezza: ogni condizione rivela un aspetto inatteso di questo spettacolare ambiente capce sempre di creare sorpresa ed emozione.

 

Archeologia e storia nel parco.

 

L’area del parco di San Romolo sembra essere alla base della stessa storia della presenza umana nel territorio di San Remo. Nei pressi di Monte Bignone si trova
infatti un castellaro, sito abitativo difeso delle genti liguri, almeno fino all’abbandono causato dalla forte colonizzazione romana del I sec. d.C.. Lo scopritore
del castellaro, l’archeologo Nino Lamboglia, aveva intuito in questo insediamento il sito principale di un sistema che si dispiegava sui monti sopra l’attuale città di San Remo. La colla di Cairasca, altro punto rilevante nel contesto del parco, è un passaggio obbligato per i collegamenti medievali tra San Remo e Perinaldo con la val Nervia e dunque l’entroterra di Ventimiglia. Le strade più impegnate non erano infatti quelle costiere, quasi inesistenti, ma semmai quelle dell’entroterra, anche profondo. Il sito è citato nel documento del 979 con il quale il vescovo di Genova Teodolfo procede alla colonizzazione dei territori di San Remo e Taggia per favorire un ripristino dei luoghi devastati da predoni e mancanza di controllo governativo. Sempre nell’alto Medioevo, secondo la tradizione, fugge da Genova il vescovo San Romolo, perseguitato dagli eretici ariani. Il prelato si rifugia proprio su queste montagne, dando poi il nome alla località ed in infine alla città stessa (corruzione del termine dialettale che indicava San Romolo). La tradizione identifica ancora il punto del suo eremitaggio in una grotta sotto il grande prato di San Romolo: meta di profonda devozione, omaggiata nel giorno del patrono cittadino, conserva ancora la statua seicentesca (in marmo !!) del santo morente. Sopra la grotta, più in alto, è stata ricostruita la chiesa ed gli edifici annessi, a ricordo di un piccolo monastero francescano abitato a più riprese nel corso del tempo, fino all’abbandono ed ai danni successivi al terremoto del 1887.